Da Pederobba a Cannobio: il viaggio di Ottorina Bittanti, profuga della Grande Guerra, raccontato dopo cento anni

“Erano qua i tedeschi, il ponte l’hanno fatto saltare, non si passava più. I tedeschi erano di là del ponte e stavano arrivando qui”. Sono forse migliaia i ricordi come questo diffusi tra le memorie di famiglia di seconda o terza generazione, così come quelli custoditi da diari, lettere e archivi.

Questo racconto però, a differenza di altri, è probabilmente unico. A ripercorrere quei tragici momenti era infatti signora centenaria che a distanza di quasi un secolo ricordava nel dettaglio ogni tappa di uno sfollamento che non aveva pari nella storia d’Italia. 

Pederobba, novembre 1917. Ottorina è una bambina di otto anni che si trova catapultata nella disfatta di Caporetto quando l’Esercito italiano è costretto ad arretrare sul Piave. Il tempo è poco, i momenti concitati: “È arrivato un tenente e ci ha detto di andare via alla svelta. Allora siamo partiti, siamo montati sul treno e siamo arrivati a Castelfranco. Poi un po’ in treno e un po’ in camion siamo arrivati fino a Novara e da lì abbiamo preso il battello fino a Luino e poi fino a Cannobio”.

La zona a ridosso del Piave diventa in pochi giorni terreno di guerra ed è quindi essenziale far saltare i ponti per fermare l’avanzata degli austro-tedeschi. Alcuni civili riescono a fuggire, altri non fanno in tempo e dovranno così subire l’occupazione. Ottorina e la sua famiglia riescono a mettersi in salvo appena in tempo: “Ricordo quando hanno fatto saltare un arco del ponte a Covolo (attuale Vidor, Ndr) e ci sono stati tanti morti. Dopo hanno fatto una passerella, ma noi siamo passati per un’altra strada“.

Dopo aver cambiato vari mezzi la famiglia Bittanti arriva a Cannobio, città che ospiterà anche molti altri profughi. “Quando siamo arrivati a Luino abbiamo trovato due, tre persone che erano lì per accogliere i profughi e ci hanno accompagnato a Cannobio. Abbiamo vissuto su una colonia, vivevamo in settecento di tutti i paesi. Siamo andati a scuola dalle suore di clausura. Eravamo donne, uomini e vecchi tutti insieme, si dormiva in una stanza di circa venti persone, su brande con la paglia. I giovani erano tutti al fronte, mio papà, mio zio e non si sapeva dov’erano. Nel complesso si stava bene a Cannobio, proprio vicino alla Svizzera, è un bel posto”.

A distanza di centinaia di chilometri da casa la vita continua tra mille difficoltà, aspettando la fine della guerra: “Ci davano un sussidio. Ma ci davano poco pane, così mia mamma e mia zia, che erano brave a ricamare, facevano lavoretti in giro, lavoravano per le osterie e ci compravano il pan di Spagna”.

Esattamente un anno dopo la rotta di Caporetto l’Italia vince la guerra e, un poco alla volta, i profughi possono fare ritorno in quello che resta delle loro case: “Siamo arrivati a casa il 19 di marzo (1919, Ndr). La guerra era finita e qui c’erano tutte trincee, le case erano tutte a buchi. Quando siamo tornati abbiamo trovato le strade rotte, trincee e reticolati soprattutto davanti a casa. Mio papà aveva nascosto una grande cassa con dentro vestiti e le cose principali, ma quando siamo tornati non abbiamo trovato più nulla“.

A distanza di oltre un secolo da quegli eventi quasi tutti i testimoni sono “andati avanti”: saranno ora le generazioni successive a custodire le loro memorie e i loro racconti, perché il ricordo della Grande Guerra non scompaia assieme agli ultimi anziani. 

(Fonte foto e video: Andrea Benato dal libro “Gli ultimi”).
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