Questo nuovo appuntamento con la rubrica “Medioevo Veneto” di Qdpconoscere è legato al precedente approfondimento, curato sempre dall’avvocato Danilo Riponti, sulla storia del Santuario dei Santi Vittore e Corona ad Anzù di Feltre.

In questa occasione ritorniamo in Provincia di Treviso, precisamente a Vidor, per conoscere le vicende che hanno interessato la splendida Abbazia Benedettina di Santa Bona con le leggendarie reliquie della principessa egiziana.

L’abbazia, nonostante la sua affascinante storia, è poco conosciuta ed è visitabile dal pubblico in rare ma preziosissime occasioni come concerti ed eventi culturali o di solidarietà.

“Nel Medioevo l’area dove sorge l’abbazia di Vidor è interessata da una forte presenza longobarda che ha trasformato la cultura delle comunità - spiega l’avvocato Riponti - e si è collocata in maniera significativa in aree molto importanti e strategiche del nostro territorio come il vicino guado sul Piave. Questo guado è stato il senso dell’interesse che i longobardi hanno riservato a questo territorio. Alcuni antichi storici ritengono che il nome Vidor sia eco proprio del passaggio delle reliquie di San Vittore nel IX secolo. Le reliquie che dalla Siria sono transitate a Cipro e poi a Venezia sono arrivate al Santuario dei Santi Vittore e Corona di Anzù di Feltre proprio attraverso questa ipotesi di percorso”.

“Il guado che ha consentito l’arrivo delle reliquie nel martyrium - prosegue - è stato denominato dal passaggio di San Vittore: un’ipotesi affascinante e non consolidata ma di grande interesse. Longobardi erano i cavalieri che l’8 agosto del 1.106 hanno deciso di affidare questo splendido sito sul Piave ai monaci pomposiani con una donazione. Giovanni Gravone o Granone da Vidor insieme ad altri cavalieri, tutti di origine longobarda, donano quest’area all’abate Geronimo di Pomposa. Giovanni Gravone da Vidor, uno dei protagonisti della liberazione di Gerusalemme, è appena tornato dalla crociata con delle reliquie preziose che lui ritiene debbano essere ospitate in questo sito”.

Si tratta delle reliquie di Santa Bona Egiziaca (santa non presente nell’elenco tradizionale dei santi) che secondo la tradizione Giovanni Gravone trasportò fino a Vidor facendo sosta a Treviso, in un borgo chiamato poi Santa Bona, datato nei documenti già nel 1.113.

Abbazia Santa Bona

“Com’è possibile che Giovanni da Vidor sia tornato nel 1.101 e abbia donato l’abbazia ai pomposiani nel 1.106 - prosegue l’avvocato Danilo Riponti - quando abbiamo visto ad Anzù di Feltre che nel 1.096 era “consumato dalla vecchiaia” tanto che il figlio Arpone lo aveva affidato ai santi Vittore e Corona? La spiegazione è piuttosto semplice e anche se ipotetica appare piuttosto fondata. Non si trattava dello stesso Giovanni da Vidor. Giovanni era un nome ricorrente nella famiglia dei Vidor: Giovanni Gravone e suo figlio Walfardo, Giovanni Maliacera ed è citato Ezzelino (in altre fonti Wazilino) figlio di Giovanni il Maggiore. L’ipotesi che sostengo è che proprio Giovanni il Maggiore fosse il Giovanni da Vidor di Anzù di Feltre che era morto probabilmente nel 1.096 stesso e il nipote, Giovanni Gravone da Vidor, è il cavaliere crociato che torna con le reliquie di Santa Bona”.

“Santa Bona era una principessa egiziana e in Oriente è più nota come Santa Cordamunda o Curdimunda - precisa l’avvocato Riponti - Questa abbazia era diventata il centro della spiritualità di questo territorio e ciò è confermato anche dall’iter storico che le reliquie hanno conosciuto nei secoli a seguire. Come è noto, questa abbazia è stata distrutta nel corso della Prima Guerra Mondiale e queste reliquie sono state perdute. Per un fatto quasi miracoloso, un artigliere ha trovato queste reliquie e, pensando che fossero delle reliquie di famiglia di coloro i quali si erano resi acquirenti dopo il 1.774 dell’abbazia, le ha portate alla contessa Alfonsa Miniscalchi”.

Abbazia Santa Bona2

“La contessa Alfonsa - aggiunge -, essendo le reliquie avvolte in una particolare bambagia gialla, le ha riconosciute immediatamente come le reliquie di Santa Bona e le stesse sono state riposizionate. L’abbazia conosce un momento tragico nel corso della Prima Guerra Mondiale: è al centro dello scontro più cruento tra l’armata italiana e l’armata austroungarica e viene distrutta quasi completamente. Tutto quello che vediamo ora non è altro che un rifacimento del 1.923. La ricostruzione è molto fedele perchè l’impianto, in realtà, è stato rispettato e grazie a questa cura della Soprintendenza abbiamo la bellezza del chiostro che è di un fascino incredibile”.

“Particolarmente interessanti sono le colonne ofitiche (annodate) - conclude - che rappresentano un passaggio culturale molto importante con le conoscenze architettoniche medievali ricche di simbolismo e di esoterismo. Qui c’è la tradizione dei maestri comacini e questo legame, che si presta peraltro a tante letture anche molto complesse, in massima sintesi sta a simboleggiare l’unione del corpo con lo spirito e quindi il fatto che potrebbe essere un richiamo alla resurrezione dei corpi, non soltanto alla dimensione spirituale ma anche carnale della vita del cristiano”.

 

(Fonte: Andrea Berton © Qdpnews.it).
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