Per un artigiano il luogo dove mettere a frutto le idee, i progetti e la propria creatività deve essere il contesto perfetto che rappresenti il proprio mestiere.

Non può trattarsi di un capannone anonimo o di un ufficio senz’anima: un artigiano trova la connessione con il suo lavoro solo in una bottega.

Di botteghe ce n’erano tante in Italia, l’orientamento in paese si trovava così: “Dopo la bottega di quello dei coltelli giri a destra, trovi la bottega di Antonio del legno e poi fino in fondo dal calzolaio, le poste sono lì”, raccontano gli anziani per dare indicazioni, usando punti di riferimento che ormai esistono solo nella loro memoria.

Oggi artigiani come una volta ce ne sono ancora ma sono molti di meno: è il caso di Francesca Gallo, la nota musicista e artigiana che si occupa di costruire e riparare fisarmoniche.

Il mio lavoro unisce la passione a qualcosa in più, quello che mi permette di produrre un oggetto che rappresenta il luogo in cui mi trovo. Questo perché c’è ancora un dialogo tra le botteghe: ognuna fornisce qualcosa che mi permette di completare il mio lavoro, perciò il prodotto finito è l’espressione tangibile della comunità“.

Francesca Gallo sa quanto unica sia la filosofia degli artigiani, qualsiasi sia il loro prodotto finale: “Le realtà delle botteghe come identità territoriale sono preziose, noi non siamo amatori o semplici appassionati. Con le nostre mani abbiamo la responsabilità di rendere vivo un oggetto o di restituirgli la dignità, nel caso si tratti di un restauro”.

Gli artigiani possono definirsi l’anello di congiunzione tra la memoria e la tradizione: quest’ultima sta lasciando sempre più spazio ai ricordi ma ci sono ancora figure impegnate, nel disordine ordinato delle loro botteghe, a riproporla ancora e ancora.

Dalle parole di Francesca Gallo traspare il vero peso della sua dedizione. Confessa che la passione è sì importante, è ciò che spinge ad aprire una bottega, ma non basta: deve trasformarsi in professionalità e diventare una filosofia di vita.

È per questo che le botteghe così concepite sono oggi destinate a morire, perché non c’è possibilità di futuro per questo modo di lavorare: “Temo che nei prossimi anni spariranno gradualmente quelle realtà che mi supportano per rendere completo il mio mestiere”.

“Non è vero che non c’è più interesse per i lavori manuali – dice poi Gallo -, i ragazzini ne sono ancora affascinati. In un mondo sempre più tecnologico vedere che qualcuno usa ancora con produttività l’intelligenza delle mani crea stupore e curiosità. Sta a noi adulti invogliare i giovani a indirizzarsi verso queste attività piuttosto che annullarli con cellulari e dispositivi sterili”.

L’interesse dei ragazzi, al contrario di ciò che ci si potrebbe aspettare, è tangibile: mentre una volta era normale che nel doposcuola si rifugiassero a giocare nelle botteghe dei genitori, oggi la curiosità di scoprire cosa avviene dietro quelle vetrine scure li porta a superare la soglia, magari con qualche scusa impacciata, e osservare in silenzio il lavorio di un artigiano spesso solo, a volte burbero.

“Mi piace che passino di qua – commenta Francesca -, io sono cresciuta nella bottega di mio papà e attraverso il gioco ho acquisto inconsapevolmente delle conoscenze manuali che rendono il mio lavoro un’arte consapevole. Spero che questo poco alla volta venga compreso dai ragazzi: sono loro che possono scegliere di recuperare questo prezioso mondo in declino“.

(Fonte: Alice Zaccaron© Qdpnews.it)
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