Giovanni Comisso è stato uno scrittore di grande valore, però ancora non riconosciuto per quello che merita”: con queste parole il giornalista trevigiano Adriano Màdaro ha voluto ricordare il rapporto che ha instaurato con lui a partire dal 1963.

Grazie al critico letterario Carlo Bo, professore all’Università degli Studi di Urbino, il giovane Màdaro ha potuto conoscere direttamente Giovanni Comisso e, dopo il primo incontro con lui, è nato un bel sodalizio che è durato alcuni anni.

Màdaro ha descritto lo scrittore trevigiano come un’anima fanciullesca e pura, un acuto osservatore anche alle minime cose del quale ha voluto citare il suo distico: “Basta un frammento per stabilire un’opera d’arte”.

La sua letteratura è tutta fatta per frammenti cuciti insieme dalla sua facilità e dalla scorrevolezza dello stile – spiega Màdaro – Uno stile molto puro: niente ‘h’ davanti al verbo avere perché l’h, questa aspirazione toscana dialettale, non ha nulla a che fare con la lingua pura. Io avevo un archivio di ritagli dei suoi articoli ma lui è impropriamente detto giornalista solo perché pubblicava sui giornali”.

Giovanni Comisso, consapevole che i suoi contemporanei non lo apprezzassero a sufficienza, disse che, a 50 anni dalla sua morte, forse a Treviso avrebbero tolto la statua della “Teresona”, che si trova a fianco del Palazzo dei Trecento in Piazza Indipendenza, per mettere una sua statua con un libro in mano.

Màdaro ha voluto proseguire il racconto su Giovanni Comisso recandosi davanti alla sua casa di Treviso, ai Buranelli, dove amava ricevere gli amici o riposarsi quando arrivava in città.

“La Prima guerra mondiale – prosegue Màdaro -, in parte volontario per avventura e in parte perché costretto, l’ha fatta proprio sul terreno difficile della Venezia Giulia e quindi la rotta di Caporetto. Ha seguito quasi in prima fila, o almeno in seconda fila, le atrocità della guerra e ha scritto un libro bellissimo, ‘Giorni di guerra’, che è anche la base del film ‘La Grande Guerra’. Nella Seconda guerra mondiale, invece, si è rifugiato in un’idilliaca area agreste a Zero Branco”.

Qui aveva comprato una casa colonica, dove viveva con l’anziana madre, e in quel periodo ha scritto quello che per Màdaro è forse il suo più grande capolavoro: “La mia casa di campagna”, un libro di grande semplicità e profondità.

L’esperienza del secondo conflitto mondiale è stata vissuta molto male da Giovanni Comisso, soprattutto per la guerra civile nel corso della quale ha perso anche una persona cara.

“Comisso aveva una letteratura di getto, non cerebrale – racconta Màdaro -, assolutamente aderente alla vita quotidiana, anche alla vita minima delle persone che non sono mai protagoniste di nulla come la gente delle nostre campagne e dei nostri mercati. Lui trovava lo spunto per scrivere da qualsiasi piccola cosa. Io lo chiamavo maestro e lui diceva: ‘Cosa ti posso insegnare? Scrivi quello che senti e scrivilo nel modo più semplice possibile. Fai tanti punti, poche virgole e stai aderente alle tue sensazioni e alla tua sensibilità’”.

Tra i consigli di Comisso che sono rimasti impressi nella mente e nel cuore del giornalista e sinologo trevigiano c’è sicuramente questo: “Meglio essere retroguardia, ma sapendo cosa si è, piuttosto che avanguardia per copiare le mode. Da retroguardia, se sei sincero e leale con te stesso, sicuramente diventi avanguardia”.

Uno spunto di riflessione prezioso per tutti gli scrittori e i giornalisti contemporanei che cercano il successo immediato, rincorrendo le mode del momento senza essere fedeli ai loro valori e risultando quindi poco autentici.

(Fonte: Andrea Berton© Qdpnews.it)
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