Entrare nello studio di Pietro Stefan significa perdere l’orientamento: la stanza al piano terra di una casa che guarda il Piave e la chiesetta di Sant’Anna è infatti piena di opere sinuose, in pietra, in legno o in argilla che catturano lo sguardo e accendono la curiosità.

Stefan è un uomo solitario ma i suoi occhi raccontano molto più delle parole e poco alla volta ci immergiamo in una storia ricca di aneddoti e sorprese.

La prima riguarda proprio la casa in cui ci ospita durante un’intervista a Qdpnews: “L’ho costruita con le mie mani, dall’inizio alla fine, esattamente come la volevo” dice, svelando le sue grandi abilità manuali.

Dopo aver prestato il servizio militare, negli anni ‘70 Stefan inizia a lavorare ma presto capisce che ritagliarsi il tempo per creare opere con l’argilla non gli basta più e decide di dare una svolta alla sua vita, abbandonando il lavoro e buttandosi di testa nel mondo dell’arte.

“Io ho avuto una formazione da autodidatta - racconta - e prediligo i materiali naturali: nelle mie lunghe passeggiate lungo il Piave o nei boschi capita che qualcosa attiri la mia attenzione e da lì si accende la scintilla, lo devo scolpire”.

Pietro Stefan negli anni ha avuto modo di mettersi alla prova a livello nazionale e internazionale e i molti premi nelle teche e alle pareti ne sono la dimostrazione: è schivo quando gli si chiede di raccontarli, “Non sono quelli la cosa più importante” dice mentre ci mostra una delle sue creazioni.

Dal gesso alla ceramica al legno alla pietra fino alla pittura: Stefan non ha un materiale preferito, d’altronde: “Noi parliamo solo l’italiano? E perché io dovrei lavorare solo un materiale?” provoca sorridendo, anche se ammette che i primi approcci all’arte sono avvenuti con la creta e la pietra, materiale con cui ha scolpito il primo ritratto di sua madre.

Le sue opere ritraggono le debolezze dell’uomo, la sua fragilità e mutevolezza: guardando “esaltazione e disperazione” si può osservare come la scultura cambi e trasmetta messaggi differenti a seconda della sua angolazione, il che rispecchia esattamente le sfaccettature umane.

Così come “La valanga del progresso”, che rappresenta in modo astratto con una piccola pallina che cadendo da uno scivolo diventa enorme, poi il salto nel vuoto, a indicare il futuro, forse la punizione per una corsa troppo frenetica.

Stefan spiega che nei materiali che sceglie di lavorare trova un’ispirazione istantanea che gli permette di esaltare la natura stessa nelle sue forme e imperfezioni, com’è successo in “Testa di cavallo”, ricavata da un tronco testimone della tragedia del Vajont: ogni piega, nodo o imperfezione contribuisce a un risultato finale eccelso, quasi come se Stefan avesse solo il merito di aver liberato la figura imprigionata in strati di legno superfluo.

Stefan però con le sue opere artistiche plasma dei veri inni alla pace nel mondo e negli anni della guerra fredda confezionò delle sculture linee a grandezza naturale che furono presentate ai rappresentanti dei governi russi e americani.

“Stefan ha realizzato innumerevoli opere degne di nota, tra le quali anche il monumento più grande al mondo in acciaio, una “Sfera mondiale”, e una statua in bronzo posta lungo la provinciale da Fontanelle per Gaiarine” ricorda lo storico Diotisalvi Perin.

Pietro Stefan è schietto e sincero così come le sue opere, e con limpidezza disillude le generazioni più giovani: “L’arte ha bisogno di tempo prima di diventare un lavoro: all’inizio bisogna fare sacrifici e questo vuol dire dedicarvisi alla sera, dopo cena, o nei momenti liberi. Dopotutto se è la passione il vero motore, non c’è ostacolo che tenga, ma ci vogliono dedizione e pazienza, doti rare, oggi”.

 

(Fonte: Alice Zaccaron © Qdpnews.it).
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