Valdobbiadene: l’amicizia lunga un secolo delle famiglie Meneghello e Bertoja, legate dalla Grande Guerra

Che le fiabe abbiano un lieto fine è cosa nota, ben diverso l’esito di molte storie di guerra, anche se… non è sempre stato così. Inverno 1917-1918, dopo il disastro italiano a Caporetto il Piave diventa la nuova frontiera italiana, il monte Grappa e il Montello gli ultimi baluardi difensivi. Nel novembre 1917 l’Alta Marca Trevigiana viene invasa dalle truppe austro-ungariche e tedesche, è l’inizio dell’An de la fan, “l’anno della fame”.

Valdobbiadene, fino ad allora zona marginale, è colpita in pieno dalla Grande Guerra, angherie e soprusi si susseguono per quasi un mese. Alla fine oltre tremila persone decidono di arrendersi e il 5 dicembre 1917, a malincuore, ubbidiscono all’ordine di sgombero immediato del paese. Diventano profughi, migranti in cerca d’aiuto tra la Vallata del Soligo, il Vittoriese e il profondo Friuli. Alla fine di quell’annus horribilis saranno 484 i valdobbiadenesi deceduti per fame, molti di essi nei dintorni della Città della Vittoria.

Valdobbiadene famiglia Meneghello

(la famiglia Meneghello)

Una storia molto triste e poco conosciuta, in cui non mancarono molti gesti di grande umanità e generosità. Molte famiglie di contadini friulani accolsero a braccia aperte la povera gente del Piave, dando loro cibo ed ospitalità in cambio di aiuto nei lavori agricoli. Fu così che molti profughi scamparono alla fame, per poi creare degli importanti legami di amicizia con i loro benefattori. È il caso della famiglia di Mara Conte e di sua figlia Giulia Gallon, discendenti di Secondo Michele Meneghello, originario di San Giovanni di Valdobbiadene, che dal gennaio 1918 fu ospite della famiglia di Gio Batta Bertoja a San Lorenzo di Arzene, provincia di Pordenone.

“La famiglia Meneghello era numerosa – raccontano Mara e Giulia – e la provvidenziale accoglienza dei Bertoja significò la salvezza per tutti loro. Si pensi che ospitarono ben undici persone, sfamandole e dando loro conforto in un’unica casa. I Bertoja non disponevano di grandi ricchezze, ma solo di qualche gallina, i beni dei campi ed un grande cuore. Fu un gesto davvero straordinario poiché non tutti furono così fortunati”.

Quando i Meneghello poterono rientrare in Veneto, l’amicizia venne mantenuta prima dai genitori e, in seguito, da Secondo, detto Condo Pizaiet. Egli, quasi annualmente, continuò a fare visita ai Bertoja e al loro anziano padre Gio Batta, proseguendo poi l’amicizia con il nipote Giacomo.

Valdobbiadene famiglia Bertoja

(la famiglia Bertoja)

“Da quell’epoca – ricorda Mara Conte – ogni evento famigliare, dai matrimoni ai funerali venne condiviso. Addirittura, in occasione del grande terremoto del 1976, non riuscendo a contattarli telefonicamente, Condo partì con il genero Antonio per verificare se ai Bertoja fosse successo qualcosa di grave. Il testimone di questa storia passò alla figlia di Condo, Anna Maria, e a suo marito Antonio Conte; quindi ai loro figli, io e mio fratello Stefano. La figlia di Giacomo Bertoja, Nevi, spesso passò le sue vacanze estive a San Giovanni e, a sua volta, io ho trascorso dei periodi a San Lorenzo di Arzene. Addirittura le due famiglie si sono scambiate i nomi”.

Un legame molto stretto che prosegue tuttora con i figli e i nipoti degli antenati Bertoja e Meneghello (nella foto in alto). Ben più di una semplice amicizia, che domenica scorsa, a cent’anni dall’An de la fan, è stata rinnovata con un pranzo conviviale nel ricordo di una delle più belle storie di una guerra dai tragici risvolti.

(Fonte: Luca Nardi © Qdpnews.it).
(Foto: Qdpnews.it).
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