Pillole di saggezza di un tempo lontano, tradizioni antiche che rimangono in vita grazie alla passione di chi ha visto cambiare il nostro mondo senza capire ogni sua nuova sfumatura o, forse, non volendo intenzionalmente comprendere i recenti sviluppi sociali e tecnologici per tutelarsi e preservarsi da una serie di prassi in grado di privare l’uomo di quella spontaneità e di quella genuinità che, oggi, sono merce sempre più rara.

L’incontro con il pederobbese Tony Fastro (nelle foto),  classe 1948, rappresenta un privilegio per chi non ha potuto essere testimone di quella fase storica in cui l’Alta Marca Trevigiana è stata un territorio povero di risorse ma ricco di speranza. Custode attento di un tesoro di tradizioni, consigli e usanze che oggi non siamo più capaci di valorizzare, Tony Fastro ha voluto raccontare ai microfoni di Qdpnews.it  la sua abitudine di svegliare con i campanacci la natura e gli animali.

Ogni primo marzo, infatti, Tony, armato dei suoi inseparabili campanacci, si sposta tra un angolo e l’altro della sua proprietà per portare avanti ciò che suo nonno gli ha insegnato: destare dal lungo sonno invernale ogni porzione del creato che incontra durante la sua camminata. La sua soddisfazione più grande è stata quella di sapere che la scuola dell’infanzia di Pederobba, insieme a tanti bambini del paese, segue ancora questa tradizione dei campanelli nei campi. La comunità pederobbese ricorda ancora quelle belle immagini dei prati all’alba, quando il professor Ottavio Bresolin accompagnava i ragazzi a contemplare la natura chiedendole rumorosamente di svegliarsi.

Con la scusa di farsi raccontare questa storia, però, ci si ritrova a commentare tempi che furono e che non ci sono più. I cambiamenti in atto spaventano lo stesso Tony Fastro che non concepisce come i giovani di oggi paghino per andare in palestra ma non salgano più sugli alberi. La gente, secondo il “signore dei campanacci”, non combatte più e si stufa subito di tutto, sempre alla ricerca di qualcosa che non troverà mai. La precarietà nei rapporti affettivi, l’insoddisfazione generale e l’incapacità di sorridere delle piccole cose stanno minando la nostra società che, forse, potrà salvarsi solo riscoprendo la bellezza della sua storia e delle sue tradizioni.

“Mio bisnonno era un trovatello – racconta Tony Fastro - su al paese di Fastro, nel feltrino. Gli hanno dato il cognome del paese ed è venuto a vivere giù a Pederobba dove ha avuto 11 figli. C’era tanta povertà quando ero bambino però la gente viveva bene lo stesso perché non aveva particolari pensieri. Il sabato pomeriggio stavano tutti a casa: si pulivano le unghie delle mani e dei piedi con la carta vetrata, mio zio tagliava i capelli ai bambini e non si faceva più niente. La domenica era sacra: anche se c’era del fieno per terra non lo tiravamo su e lo lasciavamo lì, al massimo si guardava la stalla”.

“Il sorriso c’era sempre – prosegue Fastro –, ci si trovava e si andava al “vespero”, si veniva a casa e si andava nella stalla. D’inverno si giocava a carte e a tombola e si prendevano delle botti vecchie, quelle che si dovevano buttare, e con due ferri si costruiva una slitta. Correvamo veramente dietro le ragazze, non come fanno adesso i giovani. Andavamo a piedi e poi le accompagnavamo nelle loro abitazioni. C’erano i giradischi all’epoca e si andava nelle case a sentire la musica. Quando ho finito la naja (il servizio militare di leva), nel 1969, ho pensato che fosse arrivato il momento di sposarmi e, finita la messa, vedevo sempre una ragazza che camminava per una strada vicino a casa mia: è stato un gioco continuo di sguardi. Questa ragazza, che poi è diventata mia moglie, mi ha detto subito che dovevo parlare con suo padre altrimenti lui non l’avrebbe fatta uscire. Mi ricordo come fosse ieri: sono entrato dentro la stalla di domenica e suo padre stava mungendo le mucche.

Trovando il coraggio dentro di me ho detto: “Angelo, avrei intenzione di venire a prendere vostra figlia”. Lui si è fermato e mi ha guardato dicendomi: “Che sia tu o che sia un altro mi raccomando di stare con i piedi sulle scarpe”. Alcune cose non le capivamo subito, si faceva fatica ma si gustava veramente la vita”.

“Quello che facevamo noi una volta – continua Tony Fastro - ora, nonostante tutte le attrezzature che ci sono, non si riesce più a fare. Bisognerebbe dire alle nuove generazioni: "Sveieve una sciantina, tornate indietro e chiedete agli anziani cosa fare". Quando si è sposati, specialmente, meglio stare con la propria moglie perché dopo un mese che si sta con le altre donne sembreranno poi tutte uguali. Dico agli uomini di stare con la propria donna che sarà l’unica a capirli veramente se hanno intenzione di costruire una vita insieme. Non cambiare di continuo: noi non cambiavamo neanche le mucche nelle stalle con la stessa frequenza con cui oggi si cambiano le persone. Io lo spiego sempre ai giovani che bisogna combattere per mantenere certe cose ma non era un “tribular” il nostro ma era un “goderse”.”

“Io sveglio l’erba con i campanelli sul mio confine – conclude il signor Fastro - così l’erba cresce nella nostra casa perché non mi interessa che cresca nelle altre case. Ho incontrato dei contadini, proprietari di vigneti, che mi hanno sgridato perché devono mettere il diserbante affinché non venga su l’erba. Un mio amico, però, mi ha detto di suonare i campanelli perché altrimenti deve andare a comprare il fieno. Quindi non so più chi ascoltare: l’anno prossimo chiederò al sindaco se posso o non posso suonare i campanacci. In ogni caso, credo di poter suonare tranquillamente nella mia proprietà. Chiedo spesso alle persone di venire a farmi compagnia. Ho chiamato due o tre amici e mi dicono sempre che l’anno prossimo verranno anche loro ma, quando poi glielo dico, si vergognano. Io andrò avanti finché potrò”.

L’incontro con il “signore dei campanacci” di Pederobba, Tony Fastro, si è concluso con una massima che convoglia in sé tutto l’ottimismo di questo signore che, grazie alla sua disarmante semplicità, avrebbe molto da insegnare alle nuove generazioni: “Se il tempo va male – ha affermato Tony Fastro – il corpo non deve soffrire e quindi è meglio andare a bere una scodella di vino”. Davanti a un’ombra di vino bianco, accompagnata da delle fette di pane morbido e della soppressa fatta in casa, si è concluso questo nostro viaggio in una bella tradizione del passato, che vive ancora grazie a persone come Tony, l’uomo che ogni primavera sveglia la natura con i campanacci.

(Fonte: Andrea Berton © Qdpnews.it).
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