In occasione delle festività in onore della dea induista Durga, il Quotidiano del Piave si è confrontato con il sinologo trevigiano Adriano Màdaro su ciò che differenzia la Cina e l’India, i veri protagonisti della fase storica che stiamo vivendo.

Anche i fedeli induisti dell’Alta Marca Trevigiana hanno voluto festeggiare la dea Durga, recandosi principalmente nel tempio indù di Lutrano di Fontanelle e in sala “Kolbe” in via Aleardi a Mestre, dove le comunità religiose indiane e bengalesi avevano allestito uno splendido altare devozionale.

Ma chi è la dea Durga? Secondo la fede induista, Durga protegge gli uomini discendendo nel mondo “quando si ha un’aggressione da parte dei demoni”. Durga richiede ai suoi adepti completa sottomissione. Solo il più grande dei sacrifici (originariamente sacrifici umani, sostituiti poi da sacrifici animali) può smuovere la dea, affinché agisca nella sua funzione di elargitrice di vita.

Nella sua forma benevola, Durga nutre gli uomini e gli animali con cibi che provengono dal suo corpo. In questo si avvicina alla figura della dea Parvati. La sua tendenza distruttiva si manifesta quando è adirata o quando ha bisogno di forza vitale. Fra i suoi attributi principali abbiamo il disco (chakra) e la conchiglia del dio Vishnu, oltre a moltissime armi. Inoltre, la dea porta le decorazioni di Shiva e la stessa corona.

Spesso è rappresentata con tre occhi. Il suo animale “preferito” è il leone anche se in molte rappresentazioni cavalca una tigre o un animale fantastico. L’induismo conosce, tra le diverse divinità femminili, anche la dea Kali e tante altre dee dall’aspetto terribile e mostruoso.

In India come in Nepal gli artisti si sono sbizzarriti nel creare manufatti con immagini sempre più spaventose di queste dee.

La profonda dimensione del sacro, che in India trova la sua massima espressione, ci ha spinto a confrontarla con la religiosità in Cina.

Per questo, è stato prezioso il contributo di Adriano Màdaro, profondo conoscitore della Cina e studioso di tutta l’Asia in generale.

In tanti, infatti, ricordano la mostra sull’India che, qualche anno fa, Màdaro ha curato a Casa dei Carraresi a Treviso.

Indiani e cinesi? Due confinanti in totale dissonanza “etica” - afferma il sinologo Adriano Màdaro alla richiesta di parlare dei due colossi asiatici - All’ossessiva religiosità dei primi, si contrappone il pragmatismo filosofico dei secondi. L’India, con il suo carico fideistico che nei secoli le è pesato addosso come un macigno di fatalismo arrendevole e inalterabile. La Cina con il suo “qualunquismo” affidato alla saggezza di filosofi assurti a fondatori di religioni laiche e utilitaristiche. Da una parte il rigore di fedi stabilite e codificate da leggi invalicabili che dividono e contrappongono, dall’altra la ricerca di una risposta alle leggi mutevoli dell’esistenza e degli elementi che la costringono alla ribellione del pensiero”.

“I due mondi spirituali della Cina e dell’India - prosegue Màdaro - non hanno motivo di incontrarsi ma nemmeno di scontrarsi. Non vi è “interesse” uno per l’altro e viceversa. Le due culture sono esse stesse espressione di queste due visioni “antagoniste”. L’indiano è tutto rivolto alla metamorfosi della sua anima e alla rinascita del suo corpo in una tribolazione di reincarnazioni continue fino a raggiungere il nulla sublimato dall’ignoto”.

Il cinese - conclude il sinologo trevigiano - è ispirato dalla concretezza del vivere quotidiano con le sue leggi da interpretare e da schivare con abilità di sopravvivenza. Il sacro viene omaggiato e blandito con scarsa convinzione ma con patto di terrena convenienza. Al probabile divino si chiede di non interferire nelle proprie attività se non per favorirle, altrimenti gli dèi se ne stiano nei loro tabernacoli. Il realismo delle filosofie, soprattutto del Tao, induce a preferire la protezione dietro compenso, piuttosto che dure penitenze e dolorose rinunce. Nelle acque del Gange l’anima ha altri approdi”.

(Fonte: Andrea Berton © Qdpnews.it).
(Foto: Qdpnews.it © Riproduzione riservata).
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