“Al via, sento in me lo scoccare di un attimo storico”: questo ciò che pensò e poi trascrisse, riferendosi alle ore 14.30 del giorno 11 settembre del 2019, il tenente Riccardo Frassetto, originario di Crocetta del Montello e protagonista della rubrica curata da suo nipote Giorgio, di cui sono già stati pubblicati tre episodi.

A bordo di un’auto partita da San Gulian, assieme a Gabriele D’Annunzio, Guido Keller, l’attendente Italo Rossignoli e l’autista, Basso, Riccardo Frassetto raggiunse Ronchi, fermandosi ad attendere l’alba e per ultimare i preparativi.

D’Annunzio era febbricitante e lasciò a lui il compito di monitorare l’allestimento della spedizione per il giorno successivo. Un incarico importante, che dimostra la fiducia tra i due e il ruolo centrale di Frassetto nella vicenda di Fiume.

“A quel punto, lo zio venne informato che i camion, che dovevano arrivare da Palmanova, non erano ancora arrivati – racconta Giorgio Frassetto – proprio mentre il capitano Miani e altri ufficiali andavano a casa del capitano Salomone, il responsabile dell’autoparco, per convincerlo a provvedere. Lo fecero usando le “cattive maniere”, puntandogli addosso una pistola. Funzionò”.

Alle 4 del mattino, con l’arrivo degli autocarri in quantità, gli uomini che avevano sposato la causa salirono a bordo, pronti a raggiungere la città perduta: 186 i granatieri alla partenza sommati a molti altri, tra carristi e bersaglieri, trovati lungo la via per l’Istria e oltre.

Il secondo ostacolo che il convoglio trovò sulla via per Fiume fu il generale Pittaluga e i suoi uomini: “Le ordino di retrocedere” intimò il comandante del presidio interalleato di Fiume a D’Annunzio – altrimenti sono costretto a imporglielo con le armi”.

Secondo quanto narrato da Frassetto, D’Annunzio a quel punto scattò in piedi e, scandendo le parole, pronunciò la celebre frase: “Ella, generale, sparerebbe sui miei soldati che sono fratelli dei suoi? Ebbene, prima che sugli altri, faccia fare fuoco su di me”.

“Il generale porse la mano a D’Annunzio – racconta Giorgio Frassetto – e, con la gioia dei suoi soldati, affermò che non avrebbe sparso sangue italiano”.

Il convoglio irruppe letteralmente a Fiume, sfondando con un mezzo corazzato una trave posta in periferia. Quello fu l’ultimo ostacolo prima del suono della campana della torre civica, segno che l’Italia era tornata in città.

“La gente uscì in strada ad acclamare i liberatori e l’entusiasmo fu dilagante e indescrivibile” racconta Frassetto. Erano le ore 11 del 12 settembre 1919 quando il D’Annunzio issò la bandiera italiana sul pennone più alto al centro della città.

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