Sulla sponda destra del tratto coneglianese del Monticano, alla fine di via Verdi e poco prima del ponte di viale Istria, sorgono le rovine di un edificio noto in città ma nondimeno avvolto da un alone di mistero circa la sua storia e le sue origini: il mulino Sarzetto.

Il complesso, riconosciuto come patrimonio di archeologia industriale, è l’ultima testimonianza a ridosso del centro di un’attività, quella della macinazione meccanica, che fino alla metà del secolo scorso ebbe un’importante diffusione lungo i corsi d’acqua della città.

Una storia poco conosciuta, ma che attraverso testimonianze, fonti storiche e qualche immancabile mappa ingiallita è possibile ricostruire risalendo indietro nei secoli, quando la portata delle acque del Monticano permetteva, come ricordava lo storico Adolfo Vital, la presenza contemporanea di almeno quattro mulini nel solo tratto del fiume che scorreva in prossimità delle mura cittadine.

Il mulino Sarzetto prende il nome dall’ultima famiglia che utilizzò la struttura quando era ancora in attività: dagli anni Venti e almeno fino agli anni Cinquanta quello in via Verdi a Conegliano era solo uno dei tanti mulini legati alle ramificazioni della famiglia, e ancora oggi si trovano edifici omonimi in provincia di Treviso, ad esempio nel capoluogo stesso in zona Santa Bona o a Venegazzù.

Il ramo coneglianese dei Sarzetto esiste ancora e gli eredi di Marino, originario del Montello e giunto in città alla fine dell’Ottocento, ricordano come egli acquistò il mulino nel 1922 da una famiglia nobile di Asola, i conti Pellegrini-Trieste, oltre al fatto che la torre dell’edificio fu abitata per molti anni durante il secolo scorso.

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Una carta topografica, utilizzata dall’esercito degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, fotografa precisamente la situazione agli inizi degli anni Quaranta, con il mulino riconoscibile vicino alla località “Acquette” grazie al caratteristico simbolo della ruota uncinata, utilizzato per identificare questa tipologia di strutture.

Sempre sulla stessa carta si nota la presenza di un canale, ora interrato, che si staccava da un’ansa del Monticano per alimentare il mulino, oltre ad altri quattro mulini situati a sud, lungo il corso del Crevada e al confine con i comuni di Susegana e Santa Lucia di Piave.

Gli stessi mulini che si ritrovano in un’altra preziosissima mappa, più vecchia di quasi un secolo e mezzo: si tratta della Kriegskarte di Anton von Zach, ufficiale dell’esercito austriaco che tra il 1798 e il 1805 coordinò la realizzazione di una rilevazione topografico-geometrica del Ducato di Venezia.

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Attorno a questi quattro edifici ruotano alcune vicende già note, che ci suggeriscono come in fondo siano luoghi che hanno legato alla propria storia quella di intere famiglie: su tutti, quello situato a est lungo via Manin, dove il torrente Ferrera si incontra con il Crevada, è conosciuto per essere stato teatro delle vicende raccontate nel diario di Angelina Casagrande, maestra delle elementari che dopo la ritirata di Caporetto fu costretta per un intero anno a vivere con la famiglia nel mulino occupato dai soldati tedeschi e austroungarici.

A ovest, in località Crevada, è ancora esistente l’edificio, ora abitazione privata, che un tempo era il secondo mulino Sarzetto e ancora prima proprietà dei Querini Stampalia e dei Lippomano, mentre non rimane traccia di quello che sorgeva in zona industriale vicino ai binari della ferrovia, lungo l’attuale via Gera.

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L’ultimo mulino si trovava al di là dei binari, circondato dal verde nella zona tra i Campidui e Campolongo.

Oggi è stato ristrutturato in una bella abitazione privata e non si riconosce al primo sguardo, ma prestando attenzione si nota un particolare che ci sussurra la storia dimenticata di quel luogo: una fontana di pietra, collocata nel giardino della casa, costruita con una macina e con la grande vasca dove questa ruotava spinta dall’acqua.

Nella Kriegskarte di fine Settecento non compare invece il mulino di via Verdi: l’edificio è ben riconoscibile grazie alla forma caratteristica della sua torre, ma la sua funzione non è indicata, pur essendo visibile il canale che lo alimentava.

Questo particolare ci suggerisce una storia lunga e articolata della struttura, e in effetti le sue origini sembrano risalire addirittura al Medioevo, periodo in cui, come pensa qualcuno, potrebbe essere stato una casaforte, ovvero un edificio fortificato collocato al di fuori dalle mura e utilizzato come granaio.

Quello che è certo è che ben prima dei Sarzetto, e della Serenissima che mise sotto la soprintendenza dello Stato tutti i mulini situati sui corsi d’acqua, questo edificio era conosciuto come il mulino del priore di San Polo.

Via Verdi, prima di divenire tale nel 1910 su suggerimento del Vital, era nota come la via dei Molini, e ancora prima la via di San Polo: oggi come allora conduce alla porta della Campana, già porta di San Polo, e un tempo passava a fianco all’omonimo convento dei Padri Umiliati.

Furono loro a utilizzare il mulino per un periodo tra il loro arrivo in città nel 1316 e la soppressione dell’ordine nel 1571, il Vital lo ricordava appunto come uno dei quattro presenti nel tratto di Monticano tra via Verdi e il primo tratto di via Lourdes (un tempo noto come Borgo Allocco).

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Michele Potocnik, nel suo libro del 1993 “Conegliano città murata”, ha fornito un’utilissima ricostruzione grafica di quella che doveva essere la città durante il medioevo, in cui la collocazione dei mulini concorda con quella del Vital: dei tre rimanenti uno doveva essere a nord in fondo a Borgo Allocco, un altro poco dopo il ponte di San Martino, circa all’altezza della pizzeria al Fogher, infine il terzo poco prima del ponte della Madonna.

Di quest’ultimo rimane oggi una straordinaria testimonianza: nel 1495 Cima da Conegliano dipinse la Sant’Elena, ritratto della santa oggi custodito alla National Gallery di Washington, e sullo sfondo rappresentò la città di Conegliano con una precisione che sfiora quasi il vedutismo ante-litteram.

A sinistra della santa si nota l’antico borgo murato della città, e non è difficile distinguere il ponte della Madonna, la torre Carrarese e infine il mulino: era uno dei più antichi di Conegliano, ma grazie al talento del pittore che ha reso la città famosa nel mondo possiamo ammirarlo oggi come fosse stato immortalato in una fotografia.


(Fonte: Fabio Zanchetta © Qdpnews.it).
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