Da decenni Conegliano si interroga sul destino del proprio patrimonio industriale dismesso: dalle Fornaci Tomasi all'area ex Zanussi, senza dimenticare l'ex cotonificio, la città è costellata di rovine di una gloria novecentesca che stentano a trovare un proprio ruolo nel presente.

Ma se negli ultimi due casi si tratta soprattutto della riqualificazione di aree urbane strategiche per il centro cittadino, per le Fornaci Tomasi la sfida è quella, prima di tutto, di dare valore ad un patrimonio di archeologia industriale che nelle giuste condizioni può avere una funzione culturale di altissimo profilo.

L'architetto Lucia Tomasi, da anni impegnata in una battaglia per la riqualificazione del complesso di famiglia, spiega infatti come le fornaci siano un vero e proprio simbolo della nascita della Conegliano industrializzata, oltre che testimoni di quelle eccellenze tecnologiche e umane che gravitarono per circa ottant'anni attorno ad esse.

“A differenza di quello che generalmente si pensa - spiega l'architetto - abbiamo perso per strada molte conoscenze da allora, e la stessa costruzione di una ciminiera non è così scontata come si può credere”.

Quando fu edificata, a metà degli anni Quaranta, la ciminiera fu infatti una brillante opera ingegneristica possibile grazie al talento di Giovanni Bertazzon, un personaggio di grande autorevolezza che qualche anno dopo si occupò anche di accorciare la struttura.

Fu in questa occasione che l'architetto Tomasi, allora bambina, ebbe modo di conoscere Bertazzon, e questo ingegnere, “formato da una scuola di vita che aveva insegnato solo a lui certe cose”, le rimase impresso in mente, tanto da volerne ricostruire le vicende anni dopo.

“Bertazzon aveva perso la mano sinistra e un occhio quando era molto giovane, e ricordo questo uomo con un uncino che lavorava incessantemente alla ciminiera”, racconta Tomasi, rivelando l'impegno profuso su quella costruzione: “Si faceva issare in cima alla struttura con una carrucola e lì rimaneva tutto il giorno, mangiava e persino fumava lì sopra”.

Fornaci tomasi

A sorprenderla soprattutto il talento del costruttore, per nulla limitato nel suo lavoro: “All'epoca tanti ingegneri sbagliavano a costruire le ciminiere perché si basavano solo sui calcoli, ma si tratta di capire come funziona il fenomeno del fumo e come gestire tecnologicamente un elemento così evanescente”.

“Bertazzon - conclude l'architetto - non aveva nemmeno una grossa istruzione alle spalle, ma aveva imparato sul campo ed era stato forgiato dalla vita”.

Oltre che per la meraviglia ingegneristica della ciminiera, il complesso merita di essere tutelato anche per il valore architettonico degli edifici, che rappresentarono un unicum quando furono costruiti, all'inizio del Novecento.

Il principio costruttivo che fu rivisitato e adattato a questo complesso industriale è infatti quello delle “Fachwerkhaus”, ovvero delle case a graticcio in cui la struttura portante e costituita da travi di legno, tamponate poi con muratura.

Le travi a vista trattate con catrame e i mattoni rossi utilizzati per la costruzione portarono a Conegliano un tipo di architettura utilizzata nell'Europa centrale fin dal medioevo, ma qui poco conosciuta e quindi immediatamente caratterizzante della zona: “Questi edifici non erano semplici scatole come se ne fanno oggi, il minimalismo non era ancora arrivato e si voleva dare importanza e autorevolezza a quello che si costruiva”, spiega l'architetto.

Un'importanza che le Fornaci Tomasi non mancarono di dimostrare sul campo nei decenni a venire, contribuendo con i mattoni che producevano ai grandi cantieri del nord-est Italia, da quello del Ponte Littorio che collega Venezia a Mestre, inaugurato nel 1933, a quelli dei grandi condomini costruiti nelle località balneari negli anni del boom economico.

Nel mezzo, le fornaci furono fondamentali anche per alcune vicende locali, magari meno importanti sul piano economico ma a cui la comunità è sempre stata legata in modo particolare: fu qui infatti che i ceramisti di Scomigo (vedi articolo), mossero i primi passi, prima di acquistare un forno di loro proprietà.

Era la fine degli anni Cinquanta, e il maestro Piero Marcon andava alle fornaci per procurarsi dell'argilla da portare in classe ai suoi allievi, che poi riportava in forma di opere d'arte da cucinare nei forni.

“Avevano un loro posto particolare nei forni, dove non c'era troppo calore, visto che altrimenti le opere ne sarebbero state danneggiate”, spiega l'architetto Tomasi, rievocando un altro ricordo di infanzia.

Un mondo che oggi non c'è più, da molti punti di vista, e che sarebbe giusto testimoniare mostrando agli interessati il valore della tecnologica e della logica complessa che fu alla base di queste costruzioni.

“Dipende da chi si occuperà della cosa - conclude l'architetto - e comunque deve essere l'oggetto a suggerire il tipo di recupero, perché ogni sito ha una sua storia particolare. Fosse per me farei qualcosa di moderno, il più trasparente possibile per evidenziare quello che è rimasto e l'enorme differenza tra come si costruiva ieri e come si costruisce oggi”.

 

(Fonte: Fabio Zanchetta © Qdpnews.it).
(Foto e video: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
#Qdpnews.it