Conegliano, città di passaggio e di commercio, ha una lunga tradizione di luoghi di riposo e ristoro, tanto che gli antichi statuti cittadini dimostrano già dalla fine del Medioevo quanta attenzione fosse dedicata alle regole di igiene e correttezza a cui gli “osti” dovevano attenersi scrupolosamente per svolgere l'attività.

Alcune di queste osterie sono sopravvissute fino ai giorni nostri diventando prestigiosi alberghi e ristoranti, altre invece sono scomparse senza lasciare alcuna traccia: la storia ha fatto il suo corso cancellando luoghi la cui memoria sopravvive grazie ad una fortunata letteratura.

Si pensi, in particolare, agli studi di Mario Anton Orefice, che con il suo “Altri tempi” del 2013 ha raccolto e ordinato una moltitudine di ricordi dei locali della Conegliano ottocentesca e novecentesca, e di Pino Zardetto, che con “Uomini donne & vini” del 2004 ne ha tracciato il filo rosso che lega passato e presente.

Poi ci sono i fantasmi: gli esercizi dismessi che versano in stato di abbandono ma non sono stati cancellati dal progresso, e persistono come ricordi sbiaditi in un tessuto urbano in continuo rinnovamento rievocando l'identità di una città precedente.

In tal senso la più nota, anche perché collocata in una delle principali arterie del traffico è l'osteria al Ponte, parte del complesso della Ca' di Dio e già nel nome preziosa testimonianza toponomastica: proprio in quel punto, dove via Cavour diventa via Garibaldi, sorgeva infatti un passaggio sul tratto del torrente Rujo che oggi scorre interrato.

Attorno alla caratteristica decorazione rossa e grigia della facciata del locale, che oggi è purtroppo oggetto di attenzione da parte dei vandali, ruotano molti ricordi: dalla conduzione di Giancarlo De Rosa, fratello del famoso enologo Tullio, all'ampia offerta di vini non locali, importati dai proprietari soprattutto dal sud Italia e dalle isole.

Ma a rimanere impressa nella memoria dei coneglianesi è stata soprattutto la particolare atmosfera scapigliata che si poteva respirare dentro il locale, disordinato e arredato con vecchissimo mobilio ottocentesco, tra cui spiccava un pianoforte che era a disposizione della clientela e che fu trasferito assieme a tutto il resto nella nuova sede dell'osteria nella vicina via Padre Marco D'Aviano.

Al Cavallino, in via Gera, si riconoscono gli edifici di altri due locali storici, frequentati un tempo dai lavoratori degli stabilimenti industriali della zona e dell'ospedale: si tratta dell'osteria da Cencio, divenuta poi Al Parco, e l'osteria alle Anerette.

3 Osteria da Cencio

Se la prima è ormai ridotta a un rudere e l'insegna quasi illeggibile, la seconda è rimasta in attività fino a non molti anni fa, ed è ricordata ancora come uno dei più bei locali tradizionali della città.

Sull'origine del nome le fonti sono discordi, ma in generale si riconduce tutto a un divertente aneddoto per cui un giorno tre anatre furono dipinte di nascosto sulle porte dell'osteria: per alcuni erano caricature delle tre donne che ci lavoravano, per altri la rappresaglia contro una scommessa non onorata dal proprietario, che aveva promesso una cena a base di pennuti prevedendo l'esito della seconda guerra mondiale, all'epoca ancora in corso.

2 Osteria alle Anerette

Comunque sia, non era l'unico dipinto per cui era noto il locale: si dice infatti che all'interno un artista realizzò un affresco raffigurante un camino per sdebitarsi con l'oste: forse per un pasto che gli era stato offerto una tantum, o forse per parecchie bevute mai pagate nel corso di un'assidua frequentazione dell'osteria.

Ieri come oggi, via XX Settembre è sempre stata il cuore pulsante della vita cittadina, e per questo costellata di locali: uno particolare, il Cantinon, era situato sotto il porticato del Duomo che oggi fa tanto discutere per le scene di degrado causate dalla “movida”.

Quegli ambienti, alla destra del passaggio pedonale che conduce di via Cima, hanno trovato in seguito una destinazione decisamente meno profana divenendo sala parrocchiale e sede delle opere pie, ma nella prima metà del secolo erano arredati con enormi botti (da qui il nome “Cantinon”) ed erano il luogo di ritrovo degli artisti e artigiani che gravitavano nella zona del centro storico della città.

4 Cantinon

Fuori dalle mura, oltre il ponte della Madonna, è ancora fresco di chiusura lo storico bar Da Angelo, gestito dalla famiglia Dario per ben 81 anni ma la cui origine che va ancora più indietro nel tempo: prima di Rino che lo ha condotto per molti decenni e prima ancora del padre Dario che ne rilevò la licenza nel 1938, il locale era noto come l'osteria “Alla mano nera” perché il vecchio proprietario, mutilato di guerra, indossava un guanto nero.

5 Bar da Angelo

Verso la zona dei campi sportivi, in via Vital, è ancora riconoscibile la caratteristica facciata con colonne rivestite di legno del Bar Iride, per molti decenni considerato il vero “bar dello sport” di Conegliano perché sede del Milan Club, oltre che meta prediletta degli appassionati di calcio.

6 Bar Iride

Ma nella memoria di tanti nati tra gli anni Settanta e Novanta il bar è legato ad un altro ricordo: una finestrella del locale dava sul cortile della scuola elementare Pascoli e da lì il proprietario passò un'infinità di ricreazioni a vendere ai bambini sacchetti di patatine, caramelle e merendine.

La persistenza della memoria in fin dei conti è un filo che può essere molto sottile a volte, ma nondimeno incredibilmente resistente e lungo, come dimostra una delle osterie più misteriose di cui oggi si conserva traccia in città.

Lungo l'argine sinistro del fiume Monticano, poco prima della passerella tra una sponda e l'altra, è ancora riconoscibile il nome del corso d'acqua sul muro di un vecchio edificio rosso oggi adibito ad abitazione privata.

7 Osteria Monticano

Non si trovano notizie in proposito nemmeno nelle fonti, ma alcuni coneglianesi nati nel periodo della seconda guerra mondiale giurano che un tempo sullo stesso muro si leggeva anche la scritta “osteria”, pur non avendo memoria di averla mai vista aperta.

Erano gli anni Quaranta, e questo edificio che svetta per contrasto sul verde dell'argine era già un fantasma che raccontava a chi passava di lì la vita precedente di quel luogo.

 

(Fonte: Fabio Zanchetta © Qdpnews.it).
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