“Lascia aperta la porta, Marino tornerà stasera” queste le parole dette dal padre di Marino Cappello alla madre, il 13 settembre 1943: l’armistizio di qualche giorno prima aveva rimescolato le carte e in Italia le truppe italiane erano talmente confuse da non sapere più da che parte stare.

L’ordine di tornare a casa fu assegnato anche a Marino, di Cavaso, e il suo viaggio, prima di arrivare a casa proprio quel 13 settembre, fu altrettanto avventuroso e pieno di insidie. 

Questo è soltanto uno dei mille aneddoti che Marino, ultimo reduce di fanteria della seconda guerra mondiale a Cavaso, è in grado di raccontare dopo 98 anni di vita compiuti ieri, lunedì 9 novembre. Una memoria che ricorda nomi e date e che continua a valorizzare quelli che per Marino sono stati amici, superiori, capi o colleghi.

Nel suo novantottesimo compleanno, Marino ha ricevuto gli auguri dell’associazione Fanti di Cavaso. Tra loro Giovanni Ceccato, che ha conosciuto Marino nel 1980 e che oggi rinnova la promessa di continuare la sfida di ricordare ai giovani di Cavaso che è esistito un tempo in cui la vita non era mai da dare per scontata.

Anche il sindaco Gino Rugolo è andato a fare gli auguri al veterano, che fa parte di quei personaggi che Cavaso non dimentica nemmeno in tempi così difficili. 

Anche se oggi è costretto a casa per ragioni comprensibili, fino a pochi anni fa Marino si recava con il figlio Gianmario a tagliare la legna. La sua vita è sempre stata divisa tra lavoro in fornace, dove nei primi anni racconta di aver fatto anche 12 ore  anche nei giorni festivi, e il mondo contadino, che tuttavia non credeva sufficiente a sostenere una famiglia: Marino ha infatti quattro figli: Ivana, Elena, Gianmarioe Claudia.

In origine la sua casa si trovava vicino alla chiesa parrocchiale e nel crescere Marino aveva scoperto una grande passione per lo studio, in particolare per la matematica, dottrina che non ha potuto continuare a studiare per ragioni economiche. Oltre alla sua esperienza militare a Trieste, di cui ricorda i minimi dettagli, Marino racconta di aver sognato di partire per l’Australia, dopo la guerra.

Negli anni ‘50 la corrente dell’industrializzazione in Valcavasia lo convinse a rimanere e trovarsi un lavoro come fuochista alla fornace Incola, a Possagno. Quel lavoro gli segnò anche la salute, ma mai abbastanza da privare il paese del suo impegno nell’associazionismo, all’Avis e per i primi periodi persino nel coro della chiesa.

Marino aveva una moglie, Ermenegilda Zanella, che ricorda come una donna di gran cuore, una brillante lavoratrice, con cui ha trascorso 68 anni e che è scomparsa qualche anno fa. Entrambi avevano una certa passione per gli animali, per le “bestie bovine” come le chiama lui, e queste rappresentavano il piano B in caso la paga alla fornace non fosse bastata. 

Marino racconta di non dormire benissimo, ma di fare tanti sogni, molti dei quali derivano da vividi ricordi: “Dal 1990 eravamo in 57 reduci e io sono l’ultimo - racconta - Ho portato la bandiera a tutti quanti”.

 

(Fonte: Luca Vecellio © Qdpnews.it).
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